Il No/Lo passa dalla fase imitativa a quella identitaria – BASSO VOLUME Salta al contenuto principale

BASSO VOLUME

Il No/Lo passa dalla fase imitativa a quella identitaria

Ai World Alcohol-Free Awards 2026 una giuria internazionale ha premiato le migliori etichette analcoliche del mondo. Riccardo Astolfi, l’unico giurato italiano, ci racconta dove sta andando il settore: “Basta imitare i distillati classici. Il settore è maturo e l’Italia deve vincere la timidezza”.

Tempo di lettura: 5 min

Lo scorso maggio si è svolta l’edizione 2026 del World Alcohol-Free Awards, la più importante competizione globale dedicata al comparto analcolico. Quasi 600 prodotti da 31 paesi del mondo si sono sfidati in sessioni di assaggio rigorosamente alla cieca.

Diverse le categorie premiate, tra esse il Best Organic Drink Trophy vinto da Jukes 1 – The Sparkling White, una proposta biologica strutturata su una base di aceto di sidro di mele e note di sambuco; il Best Ethical Drink Trophy (abbinato anche al premio come Best Beer) andato alla Playground IPA del birrificio olandese Van de Streek, che finanzia l’accesso all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Tra gli altri grandi protagonisti figurano il Torres Vin Soula 0.0 White, che ha conquistato il Best Vegan Drink Trophy grazie ai suoi profumi floreali e agrumati, e lo Studio Italiano Spritz di Colona Null, incoronato Best Value Drink per la sua capacità di offrire un profilo amaro e complesso a un prezzo accessibile. Sul fronte del packaging, il neonato trofeo per il Best Pack Design è stato assegnato al Plus and Minus Pinot Noir di Fourth Wave Wines, premiato per la pulizia visiva e l’efficacia del suo linguaggio grafico.

A valutare questo ricco e variegato panorama di prodotti è stata una giuria internazionale di esperti. Unico giurato italiano Riccardo Astolfi (nella foto), No/Lo brand strategist, consulente e autore (ha creato No/Lo Italy e scrive la newsletter No/Lo Bolo) che ha scritto di suo pugno per Basso Volume di questa esperienza.

Riccardo, come unico giurato italiano al World Alcohol-Free Awards, puoi descrivere che tipologia di prodotti hanno partecipato e che tendenze hai notato nelle proposte?

È stato un onore, ma soprattutto è stato molto bello sedersi a un tavolo e assaggiare una quantità quasi indecente di prodotti analcolici. Nel mio caso circa ottanta assaggi al giorno, tutti alla cieca. Niente brand, niente etichette, niente storytelling, niente “siamo nati per cambiare il modo in cui il mondo beve”. Solo il liquido. Ho assaggiato kombucha, proxy wine, vini dealcolati, bitter, aperitivi analcolici, bevande botaniche e alcune cose più ibride, difficili da mettere in una categoria precisa.

La qualità media mi è sembrata davvero alta. Ho trovato pochissime cose cattive o proprio fuori fuoco. Molti prodotti erano tecnicamente puliti, ben costruiti, piacevoli. La cosa più interessante, secondo me, è che il no/lo migliore sta finalmente uscendo dalla fase “vorrei essere un gin”, “vorrei essere un vino”, “vorrei essere uno spritz”. I prodotti più vivi non imitano soltanto: provano a costruire una grammatica propria, fatta di acidità, amaro, fermentazioni, tè, botaniche, tannini, bollicine, frutta usata bene, sapidità. È lì che il no/lo diventa interessante: non quando toglie l’alcol e basta, ma quando capisce cosa può mettere al suo posto.

Poi, certo, ero lì come giudice. Però continuo a pensare che il giudizio vada maneggiato con cautela. I premi servono, le medaglie servono, le competizioni aiutano produttori e consumatori a orientarsi. Ma il gusto non è una sentenza. Una bevanda non diventa vera perché prende una medaglia, e non diventa inutile perché non la prende. Il giudizio ha senso quando apre conversazioni, non quando le chiude.

In quel contesto però vi si chiedeva di esprimere dei giudizi,

Il World Alcohol-Free Awards ha tante categorie, medaglie, menzioni, prodotti premiati in modi diversi. Ed è giusto così, perché il no/lo oggi non è una categoria unica: è un arcipelago. Dentro ci sono birre analcoliche, vini dealcolati, proxy wine, sparkling tea, kombucha, aperitivi, bitter, distillati analcolici, RTD, shrub, soda complesse, bevande funzionali e cose non ancora del tutto nominate. È un settore ancora in costruzione, e questa è la sua parte bella. Il fatto che ci siano stati tanti riconoscimenti racconta bene il momento: è davvero un periodo d’oro per il no/lo. Battuta facile, ma vera. Non siamo più nella fase in cui la domanda era solo “è bevibile?”. Nei prodotti migliori la questione è già più avanti: quando lo bevo? Con cosa lo abbino? Che ruolo ha a tavola o nell’aperitivo? Che desiderio intercetta? Che mondo si porta dietro?

Mi ha fatto piacere vedere anche qualche italiano partecipare, ma siamo ancora pochi. E un po’ dispiace, perché l’Italia avrebbe moltissimo da dire: aperitivo, amaro, bitter, botaniche, agrumi, bar, tavola, ritualità, piccoli produttori. Abbiamo una cultura del bere enorme, ma sul no/lo siamo ancora sparsi, timidi, poco visibili.

Nei miei assaggi ho trovato pochissime cose davvero sbagliate. Poi i gusti sono gusti, per fortuna. Però il livello tecnico medio era alto. Ora il rischio non è più solo fare prodotti mediocri. Il rischio è fare tanti prodotti corretti, premium, ben vestiti, ma senza una vera ragione di esistere. Essere analcolici non basta più. Bisogna avere voce.

Rispetto ai gusti dei consumatori verso le bevande mass market, le nuove proposte nel mercato no/lo intercettano trend come riduzione degli zuccheri, assenza di zuccheri aggiunti, basse calorie o caratteristiche funzionali?

Sì, questi trend ci sono. Low sugar, zero zuccheri aggiunti, poche calorie, ingredienti funzionali: sono parole che il mercato guarda, e in alcuni casi hanno senso. Soprattutto nelle bevande, dove lo zucchero rischia facilmente di essere solo zucchero vuoto, una dolcezza messa lì per coprire il vuoto del prodotto. Però io starei attento a non mettere questo tema al centro. Anche perché c’è una cosa che fa molto più male dello zucchero, ed è l’alcol. Ogni tanto siamo bravissimi a preoccuparci di una bibita leggermente zuccherata e molto meno bravi a guardare la normalità con cui trattiamo il consumo di alcol. Questo non significa che lo zucchero non conti. Conta eccome. Significa solo rimettere le priorità in ordine.

Il no/lo interessante, per me, non nasce per essere il reparto dietetico del beverage. Nasce per offrire bevande piacevoli, adulte, complesse, conviviali. Cose da bere a tavola, durante un aperitivo, in un momento sociale, senza sentirsi in punizione e senza dover spiegare ogni volta perché non si sta bevendo alcol.

La vera sfida non è fare una bevanda senza calorie. La vera sfida è fare una bevanda senza alcol che abbia presenza. Corpo, acidità, amaro, profumo, ritmo, persistenza, magari anche un po’ di stranezza. Perché se togli l’alcol e poi togli anche zucchero, struttura, texture, acidità e complessità, spesso non resta la purezza. Resta l’acqua.

Il no/lo diventerà davvero adulto quando smetterà di vendersi solo come scelta salutare e inizierà a essere percepito come scelta gastronomica, culturale, sociale. Non bevo questa cosa solo perché “non fa male”. La bevo perché è buona, perché funziona con quello che sto mangiando, perché mi accompagna, perché mi diverte, perché mi fa venire voglia di un secondo bicchiere.

© Riproduzione riservata

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