Vini dealcolati, l’Italia scalda i motori dopo lo sblocco normativo
L’Osservatorio Uiv-Vinitaly fotografa un segmento con buone potenzialità per le referenze made in Italy. Con la risoluzione del vuoto legislativo, il 50% delle aziende italiane è pronto a produrre in casa, puntando su export (91%) e canale retail. Volano gli spumanti zero alcol, mentre la sfida resta il miglioramento della qualità organolettica e la conquista del mercato interno.
redazione
15 Aprile 2026
Tempo di lettura: 3min
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Nel 2025 in Germania, Regno Unito e Stati Uniti (le tre principali destinazioni del vino italiano) i vini Nolo (no e low alcohol) hanno realizzato un valore delle vendite nella grande distribuzione di oltre 1,2 miliardi di euro e l’equivalente di 160 milioni di bottiglie commercializzate. I numeri dell’ultimo studio dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly sul vino No & Low (considerate le referenze sotto l’8% vol.) presentato a Vinitaly, rileva che, rispetto alla quota del vino italiano esportato in ciascuno di questi mercati, il volume del dealcolato italiano è del 2,8% in Germania(26,8 milioni di euro), 2% in UK (46 milioni di euro) e 18,9% negli Usa quasi interamente collegati al brand Stella Rosa (432,4 milioni di euro). Sono numeri ancora piccoli anche per il blocco legislativo che fino allo scorso anno impediva la produzione in Italia. Risolto il vuoto normativo, il mondo produttivo guarda con interesse a questo segmento e i volumi si annunciano in forte crescita con un orientamento del 91% dei volume verso i mercati esteri e in particolare nel canale retail (77%). Già la metà del campione intende inoltre attivare la produzione in Italia. Le tipologie a listino vedono una leggera prevalenza dei no-alcohol (54%), con un aumento significativo dell’opzione “bevanda a base vino”, balzata dal 3% del 2025 al 27% odierno.
Il vino zero alcol è il segmento più piccolo, ma più performante
Lo zero è il sotto-segmento più piccolo ma è anche quello che sta performando meglio. Eccetto la Germania dove, dove le referenze italiane registrano una flessione, in UK sono allineate all’andamento del mercato e negli USA sovraperformano. Quindi, focalizzandoci sugli alcoho-free, secondo le elaborazioni su dati Iswr, il 25% si consuma in Germania e il 22% negli Stati Uniti e il 12% in UK e a ruota negli altri paesi. Le previsioni al 2028 sono positive con un incremento dei consumi a due cifre nella vicina Svizzera (+18,2%), Stati Uniti (+12%) e in Cina (+11,8%). Per le aziende italiane, tra i mercati tradizionali, le destinazioni obiettivo sono Nordamerica (Usa e Canada) e i Paesi Dach (Germania, Austria e Svizzera). Tra le piazze nuove ed emergenti si indicano come mercati promettenti Messico, Polonia e Cina).
Tornando alla domanda globale di vini no alcol, l’analisi dell’Osservatorio su base Nielsen-IQ e Iwsr rileva andamenti piuttosto diversificati, sia per titolo alcolometrico, sia per tipologia di prodotto, con gli alcohol-free in marcia positiva rispetto agli arretramenti dei low alcohol. In particolare gli spumanti – nella categoria zero – dimostrano di intercettare meglio degli altri le dinamiche positive di mercato: in Uk (+24%, +17% per i prodotti italiani) e negli Usa (+15%, con l’Italia a +200%).
I motivi di scelta dei vini NoLo
Tra le motivazioni che spingono la scelta, resta stabile e principale la salute (48%), mentre crescono le ragioni legate all’aumento della qualità del prodotto (35%) e a una maggiore consapevolezza riguardo alla categoria nel suo insieme.
“Il tema del gusto – ha detto il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti – rappresenta ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti, quota che sta via via diminuendo in maniera direttamente proporzionale alla qualità di produzioni che possono solo migliorare, e su questol’Italia gioca la propria partita decisiva. Un segmento di offerta, quello dei vini dealcolati, che rimane aperto sia tra consumatori astemi, con i GenZ (under 28 anni) che in Uk e negli Usa già li preferiscono alla birra, sia tra gli user enologici abituali, che in certe situazioni preferiscono non consumare alcolici”.
Atteggiamenti questi che ancora non si riscontrano in Italia, con una domanda in cui è fortemente radicato il consumo tradizionale. Il mercato è ancora un terreno tutto da conquistare, rileva l’analisi: il 94% dei non consumatori di alcolici dichiara di non aver acquistato un vino no-alcohol negli ultimi sei mesi, quota che sale al 98% tra i più giovani e scende all’89% tra i più maturi. Tra le motivazioni al consumo, la guida è al primo posto (50%, 56% tra i GenZ). E anche guardando al fuori casa non è ancora scattata la scintilla. Il 71% dei ristoranti, interpellati dall’Osservatorio Fipe-Uiv “Vino & Ristorazione” in collaborazione con Vinitaly, dichiara di non essere interessato a inserire in carta i vini dealcolati, mentre solo il 3% dice di averli già in lista con successo.